Caro Napoli, non basta l’operazione nostalgia.

Caro Napoli, non basta l’operazione nostalgia.
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La stagione del Napoli sembra ferma all’autogol di Koulibaly del 25 agosto...

La stagione del Napoli sembra ferma all’autogol di Koulibaly del 25 agosto del 2019 allo Juventus Stadium. È come se si ripetesse inesorabile ogni domenica, quale unico destino possibile. Una coazione a ripetere, e cioè quello che Freud definiva come “processo incoercibile e di origine inconscia per cui il soggetto si pone attivamente in situazioni penose, ripetendo così vecchie esperienze”.

Insomma, la situazione degli azzurri sembra una roba più avvezza ai termini della psicologia che a quelli del campo, ed è per questo che ad oggi ben poco può essere recriminato a Rino Gattuso, nonostante il modesto bottino raccolto contro il Parma, il Sassuolo, l’Inter, la Lazio ed il Perugia. E ben poco si può rimproverare a chi ha commesso delle cantonate, a cominciare dall’incolpevole Di Lorenzo, che anzi sta nonostante tutto ben figurando anche nell’ennesima posizione ch’è costretto ad interpretare in questa stagione maledetta a causa degli infortuni piuttosto seri di Koulibaly e Maksimovic. Si potrebbe osservare peraltro che il paradosso è che i due risultati positivi siano arrivati in concomitanza con le prestazioni meno brillanti. Bando alle ciance, comunque: a Gattuso va dato tempo e modo di lavorare, ma non nego che le parole di ADL, di Giuntoli e a volte dello stesso Ringhio stimolano più di qualche riflessione sulla direzione intrapresa dal Napoli e sugli strumenti di cui si sta dotando per superare un momento complicatissimo. Al De Laurentiis che in barba ai followers (qualcuno ricorderà la sua “battuta” alla presentazione di Ancelotti) si riscopre sarrista (“torniamo alla grande bellezza, al 4-3-3 con la linea altissima che hanno osannato in tutta Europa”), e che presenta Gattuso come grosso ammiratore del Napoli di Sarri ha infatti subito fatto eco il direttore sportivo, sottolineando in ogni dove la necessità di “ripartire dal modulo a cui siamo abituati, affidandosi alla vecchia guardia, e cioè a chi ha giocato tanto in quella maniera lì”. Sembra all’improvviso avere le idee chiare, la società, tanto da aver portato in meno di due settimane due calciatori all’ombra del Vesuvio in grado di giocare davanti alla difesa, di fare quello che oggi si chiama “vertice basso”: il tedesco Demme, ex capitano del Lipsia capolista in Bundes e tifosissimo dei partenopei, e lo slovacco Lobotka, che in verità il Napoli aveva già inseguito nelle scorse sessioni di mercato. Un investimento di quasi 35 milioni, insolito per una società che a gennaio ha sempre fatto poco, predisposto per correre al più presto ai ripari e completare un centrocampo che, nonostante il direttore sportivo avesse conseguito una pagella da dieci il ventiquattro agosto, aveva evidenti limiti strutturali.
Mettiamola così: io, che Sarri lo amai ma che accolsi anche con entusiasmo Carlo Ancelotti e il progetto ambizioso che portava con sé, mi auguro con tutto il cuore che l’operazione voluta dal Presidente, che in realtà ha tutti i contorni dell’ “operazione nostalgia”, porti per davvero frutti rigogliosi, ma non posso che specificare che non credevo e non credo che il 4-3-3, Insigne che torna sulla sua mattonella e il portiere che gioca bene coi piedi (a proposito: Meret è un patrimonio del Napoli e del calcio italiano che non si può assolutamente rischiare di dissipare) bastino a risolvere i problemi che attanagliano la squadra, che a me sono sempre sembrati prevalentemente di altra natura. Le prime cinque partite di Gattuso, in cui gli azzurri hanno indubbiamente tenuto meglio il campo rispetto al recente passato ma hanno continuato a segnarsi praticamente da soli, mi fanno notare di non avere tutti i torti.

Qualcuno ha dipinto Gattuso come un motivatore e basta: non lo è. È un ragazzo che ha molta grinta ma è soprattutto un tecnico che riflette, che ha grossa applicazione e senso del lavoro, che ha ottime idee e personalità da vendere. Un nemico di tutti i paraculo. E però De Laurentiis, la società e l’allenatore stesso (ma su Ringhio ho pochi dubbi) devono sapere che Gattuso è Gattuso, non Sarri. I progetti – non solo nel calcio - possono fallire, e il progetto Ancelotti, che era molto chiaro, è tramontato tra le polemiche poco dopo l’inizio della sua seconda stagione in azzurro, che doveva essere la stagione della consacrazione del suo Napoli. Al nuovo allenatore, e insieme alla società, va allora chiesto di ricostruire coi tempi giusti un percorso in cui credere, che abbia l’ambizione di raccogliere il meglio di quel che è stato, nella consapevolezza che il futuro si costruisce con radici ben piantate nella propria storia ma con lo sguardo rivolto a nuovi scenari possibili, rifuggendo la tentazione di voltarsi alle spalle cercando di ripetere (e spesso finendo con lo scimmiottare) quello che ripetibile non è.

 

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