Di lotta e di governo

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Il Napoli in guarigione ha le sembianze del suo nuovo numero 4

È il 18 gennaio del 2020 ed il Lipsia, che ha vinto sette delle ultime otto partite, ospita i neopromossi dell’Union Berlino. Al trentunesimo minuto tutta la Red Bull Arena canta sulle note indimenticabili di We’re not gonna take it dei Twisted Sister l’omaggio all’ormai ex-capitano (“danke, Diego Demme”), che – in onore di una fede da sempre professata dalla sua famiglia, italo-tedesca – ha scelto seppur dolorosamente di lasciare, proprio quando comandava la Bundes, una squadra in cui militava dai tempi in cui abitava la terza categoria.
È sempre il 18 gennaio del 2020 ed è passata qualche ora: al cinquantaseiesimo minuto di Napoli-Fiorentina Allan lascia nervosamente il terreno di gioco del San Paolo senza passare per la panchina, facendo direttamente rientro negli spogliatoi. Non è il miglior esordio possibile in Serie A per Diego Demme, accolto da uno stadio freddo ed in protesta, in cui gli ultras non mettono piede da qualche mese, e da una squadra in crisi d’identità e di risultati, che di lì a poco avrebbe rimediato la quarta sconfitta consecutiva tra le mura amiche e si sarebbe rintanata a Castel Volturno per l’ennesima notte di chiarimenti.
Chissà se in cuor suo Diego Demme quella notte ha rimpianto la scelta coraggiosa compiuta pochi giorni prima. Ciò che è certo è che non avrebbe mai immaginato (e forse non lo immaginava nemmeno il più ottimista dei suoi sostenitori) che appena quindici giorni dopo avrebbe segnato – proprio lui che non è un goleador - un gol, in Samp – Napoli, fondamentale per rilanciare le ambizioni europee della compagine partenopea.
Sì, lo diciamo sottovoce, ma il Napoli che dopo la debacle del 18 gennaio ha battuto, in fila, la Lazio dei record (eliminandola dalla Coppa Italia), la Juventus capolista allenata dal grande ex Maurizio Sarri e la mai doma Sampdoria di un sempre sottovalutato Claudio Ranieri, in grado di recuperare il doppio svantaggio inflittole dal Napoli all’inizio della gara, è un Napoli in via di guarigione, che ha l’obbligo di riscattare un girone d’andata disastroso e di giocarsi tutte le sue carte per l’Europa.
Tre vittorie consecutive: due, di lusso, in un San Paolo che ha finalmente ritrovato i gruppi organizzati ed una, quella del monday night di Genova, che se è possibile è ancora più importante delle precedenti, perché restituisce continuità (innanzitutto di impegno e di idee) ad una squadra che in questa stagione qualche acuto, e basti pensare ai 4 punti conquistati ai danni di una squadra ad oggi letteralmente imbattibile come il Liverpool di Klopp, pure l’aveva avuto, senza però mai essere capace di dare un seguito a quelle notti magiche né sul piano dei risultati né su quello della solidità mentale.
In questa piccola riscossa del Napoli parecchi meriterebbero una menzione: da Gattuso, che ha affiancato alle più o meno legittime velleità guardioliste un lavoro certosino sulla testa di una squadra che aveva bisogno di ritrovare quello che poi ha a più riprese definito veleno, ad Insigne, che illuminando con due prestazioni da capitano e con due gol d’autore le sfide con Lazio e Juventus si è giustamente riconquistato le copertine dei giornali e l’affetto dei tifosi tornati allo stadio.

Ma l’immagine che scegliamo è proprio quella del nuovo centrocampista del Napoli, che – arrivato in sordina e forse perfino oscurato dall’arrivo comunque importante di Lobotka – è entrato nel cuore della Città in pochissimo tempo e con pochissime mosse. Demme è di lotta e di governo, impetuoso ma intelligente, accorto ma con qualità: proprio come il Napoli dell’ultimo periodo.
Certo, va detto che il nome che gli hanno scelto a Napoli è più di una garanzia. Demme si chiama Diego proprio in onore di Maradona e sua madre, lo facciamo notare a più di un telecronista, non aveva alcuna ragione per preferire Fabio in onore di Cannavaro, visto che lo storico capitano della Nazionale del 2006 quando è nato Demme... aveva poco più di sedici anni!

 

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