The day after

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Tre riflessioni sulla serata che nel bene e nel male è la svolta della stagione partenopea

Mentre scrivevo queste parole sulla serata di ieri sono stato travolto dagli eventi. E ho dovuto quindi cambiare l’ordine delle riflessioni, che rimangono però tutte prepotentemente sul tavolo. Andiamo con ordine:

#1 Da qualche ora Carlo Ancelotti non è più l’allenatore del Napoli. Dell’insopportabile borbottio che ha accompagnato questa sua esperienza napoletana ciò che mi ha dato più fastidio è stata la sfacciata, ridondante ed a tratti perfino stucchevole delegittimazione dell’uomo e dei suoi valori, prima ancora che dell’allenatore. “Si è venuto a prendere la pensione”, “è venuto a sistemare il figlio”, “si è fatto imbrogliare a chiacchiere dal pappone”, “non è buono, ha vinto solo coi top players”. Robe dell’altro mondo, colpi bassi clamorosamente scorretti verso un allenatore tre volte campione d’Europa che, arrivato in un ambiente depresso da uno scudetto sfuggito per un pelo, ha avuto la determinazione e le palle (sì, i testicoli) di scommettere su un nuovo ciclo per una squadra che, dopo aver fatto 91 punti e considerata la difficoltà di fare un ulteriore salto di qualità tramite il mercato, era veramente complicato migliorare.
La A di Ancelotti per me era la A di ambizione. Averlo in panchina è stato un onore e, per quanto mi riguarda, un’opportunità persa. Sarei stato molto più ottimista se per accompagnare una rifondazione graduale ma inevitabile di un gruppo forse saturo ci fossimo affidati alla sua saggezza e alla sua esperienza, che da sole sono garanzia della serietà e delle velleità di un progetto, piuttosto che alla fame di Gattuso.
E questo ben al di là di quello che si è visto in campo, molto spesso deludente se rapportato alle grosse aspettative che lui stesso, col suo nome e con le sue parole, ha contribuito a creare. Pure in me.
Ancelotti, scherzo del destino, viene esonerato proprio dopo aver portato il Napoli a qualificarsi agli ottavi della Champions League per la terza volta nella sua storia.
Che preferisse la Coppa lo sapevamo già, e, nel piccolo, l’ha dimostrato anche qui, regalandoci (almeno quelle) alcune delle notti europee più belle della nostra storia, le due vittorie sul Liverpool Campione d’Europa su tutte.
In definitiva: questo esonero mi intristisce più di quello di Sarri. Percepivo all’epoca che il ciclo del “Comandante” sulla panchina del Napoli fosse finito ed ero entusiasmato dalla sola idea di avere una leggenda vivente come Ancelotti sulla panchina. Ma se sull’allenatore e su un progetto interessante arrivato prematuramente al capolinea potete dire quello che volete, non potete farlo sull’uomo, signore fino all’ultimo e assai degno del rispetto che non gli avete mai riconosciuto.

#2 Ieri sera ho scelto di essere allo Stadio, in Curva B. Il Napoli aveva un match point importantissimo per qualificarsi agli ottavi di Champions League per la terza volta nella sua storia e per provare a mettersi alle spalle un periodo brutto e preoccupante. Ma soprattutto tornava al San Paolo per la prima volta un ragazzo da 520 presenze, 121 gol e 99 assist con la maglia azzurra, che aspettava da mesi la serata giusta per il saluto alla squadra, alla Città e a quello stadio che negli ultimi quindici anni ha urlato spesso e a squarciagola il suo nome, il San Paolo. Ho sentito intimamente di non poter mancare. Quello dedicato a Marechiaro, grande campione e uomo straordinario, è stato un momento emozionante, che porterò con me per molti anni.
Peccato che il tifo, come sta accadendo troppo spesso, non abbia risposto in massa ad un doppio evento così importante. Appena in 23.000 allo stadio. Bisogna interrogarsi seriamente sui motivi di scelte che, ai miei occhi, e cioè agli occhi d’un ragazzo di ventitré anni genuinamente innamorato della sua squadra del cuore, appaiono inspiegabili se non addirittura strumentali.

#3 Tre. Ne ha fatti tre, Milik. Nessun calciatore del Napoli ne aveva mai fatti tre in una partita di Champions. State sicuri che i professionisti del piffero che ancora una volta gli tarperanno le ali sostenendo che li ha fatti perché il Genk è una squadraccia sono esattamente gli stessi che dopo la traversa colpita due mesi fa proprio contro il Genk l’avevano ucciso e messo in croce.
La verità è che Milik paga lo scotto di non essere né Cavani, né Higuain (e forse soprattutto per gli infortuni che ad oggi ne hanno condizionato la carriera) ma dimostra ancora una volta di essere un calciatore importante, con numeri da capogiro e medie realizzative pazzesche. È il capocannoniere del Napoli pur avendo iniziato da titolare solo sei partite quest’anno. Il polacco, che ieri ha dato prova di essere imprescindibile, è un patrimonio che il Napoli deve continuare a tutelare, se non vuole ritrovarsi a mangiare le unghie che non s’è ancora mangiato davanti ai gol di Duvan Zapata.

 

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