Il primo amore non si scorda mai

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Io e il Pocho, Napoli e Lavezzi: l’affinità che resiste al tempo...

Ho imparato, nella mia pur breve esperienza di vita, che quando le cose non vanno (e nel Napoli, ultimamente, le cose non proprio non vanno) rifugiarsi nel passato è un errore. Non bisogna idealizzare dei momenti, cristallizzarli, renderli perfetti, inarrivabili o irraggiungibili, ed innanzitutto perché facendo così si rischia di non riuscire a godersi le ricchezze del presente. Eppure, credo che nessuno di quelli che hanno seguito con passione il Napoli negli ultimi anni sia riuscito – nel giorno in cui il Napoli tornava ad affrontare il Liverpool in casa sua offrendo una grossa, gagliarda ed inaspettata prestazione – a non lasciarsi andare a qualche momento di debolezza e di nostalgia quando è rimbalzata dalla Cina la notizia che il Pocho Lavezzi diceva addio al calcio giocato: davanti ai miei occhi (e sono convinto di non essere stato il solo) si è come materializzata l’immagine dello scugnizzo di Villa Gobernador Gàlvez in piedi proprio sui cartelloni pubblicitari di Anfield con le braccia al cielo in segno di trionfo, che si beava, dopo aver segnato, dell’affetto incondizionato di tifosi che avevano macinato chilometri su chilometri per gustarsi un Napoli che finalmente, dopo un lungo digiuno, tornava a giocare partite importanti in stadi che contano.
Le scostumate e grintose scorribande di cui Ezequiel Lavezzi si rendeva protagonista ai tempi di Reja e Mazzarri hanno rappresentato, per il Napoli e per Napoli, troppe cose tutte assieme. E prima di tutto la fame, la grinta e la determinazione di una piazza che non vedeva l’ora di tornare a sbattere in faccia al mondo le sue ambizioni e la sua mai doma passione. Sarà stato per questo che il legame tra i tifosi del Napoli e il calciatore argentino è resistito al tempo e alle distanze, tanto che forse nessuno, nonostante i diversi calciatori probabilmente più forti di Lavezzi che hanno transitato nelle fila dei partenopei in questi anni (basti pensare a Hamsik, a Cavani, a Higuain, a Mertens, allo stesso Insigne), ha goduto dello stesso affetto, della stessa stima, della stessa considerazione. Sarà stata l’affinità, sarà stata “questione di feeling”.
Certe cose le senti dentro, esistono per il solo fatto che esistono, e non puoi farci nulla: il Pocho è arrivato a Napoli coi capelli lunghi, qualche kilo di troppo e una valigia piena di sogni ed è poi andato via da calciatore affermato (forse il primo dell’era ADL) dopo l’esultanza rabbiosa e commovente di cui si era reso protagonista nei momenti successivi all’ultima partita giocata con la maglia del Napoli, ovvero la storica finale di Coppa Italia del 20 maggio 2012, che ha riportato, ventidue anni dopo, un trofeo all’ombra del Vesuvio.

Nel giorno dell’addio del calcio di Ciro Ferrara, Diego Maradona tornò in un San Paolo bollente dopo non so quanti anni, e Fabio Caressa in telecronaca commentò il saluto dei napoletani con delle parole che mi sono rimaste impresse: “Qui Maradona è stato più di un calciatore, è stato quasi un liberatore: Napoli in quegli anni si scrollò di dosso tante cose… e vinse”. Ecco: Maradona è stato un Giove, ma Lavezzi – cui i tifosi hanno dedicato il coro che fu di Diego – è stato l’Ercole che ha permesso a tanti ragazzini come me di tornare ad innamorarsi di una squadra che non fosse la Juventus, il Milan o l’Inter, aiutando il Napoli – anche in quegli anni – a “scrollarsi di dosso tante cose”, magari con un dribbling fulmineo o una giocata geniale, come quel gol da terra contro i rossoneri ancora impresso nelle menti, nei cuori e nelle memoria.
Impresso nella memoria come alcune piccole cose che stanno lì, nel cassetto dei ricordi più belli, e che bastano a raccontare i tratti più significativi di questa storia: finché c’è stato Lavezzi, io ho sempre comprato solo la sua maglia (ne ho una col 7 e una col 22). La mia password di Facebook era “pocholavezzi22”. Nella mia stanzetta c’era il suo poster di due metri e una sua foto con dedica (“A Francesco, mio grandissimo tifoso”) che la mia professoressa di geografia al secondo anno di liceo promise di ottenere grazie ad un’amicizia in comune, sotto la promessa di non rompere più le scatole durante le sue ore: quando me la portò per davvero, nessuno ci credeva. Ricordo distintamente i miei compagni di classe che – un po’ perché lo pensavano, un po’ per prendermi in giro – sostenevano che quella firma fosse falsa, e che era solo una trovata della prof per tenermi buono. Io non volevo sentire ragioni, fortemente convinto del contrario. Non l’ho mai saputo se quell’autografo è vero o falso. Mi basta poter continuare a custodirlo e a proteggerlo… perché, si sa, certe cose saranno pure idealizzate, ma restano meravigliose.
E il primo amore non si scorda mai.

 

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